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Segnali di Pop - blog musica pop italiana - recensione DIE e La Macarena su Roma - Iosonouncane, Jacopo Incani

Iosonouncane

Jacopo Incani, alias Iosonouncane, è uno di quei pochi – pochissimi – artisti italiani capaci di sperimentare per davvero, di spingersi oltre i limiti, oltre gli schemi della canzone italiana, senza sfociare nella pura psichedelia fine a sé stessa. La perfetta unione, poi, fra testi impegnati e musiche rendono questo cantautore davvero unico nel suo genere.

Label: Trovarobato

 

Ha all’attivo due album di inediti: “La macarena su Roma” (2010) e Die (2015), prodotti dall’etichetta indipendente Trovarobato. Si tratta di due progetti piuttosto diversi fra loro, sia per sonorità che per tematiche. Esiste poi un altro gioiellino, “Split”, un album split, appunto, realizzato con i Verdena, e la raccolta “nove stormi” che contiene l’estratto Stormi (una delle canzoni più belle di Die) in nove versioni e remix diversi.

Il primo album, “La macarena su Roma”, è sostanzialmente una critica della società italiana, meschina nei confronti degli emarginati e dei più bisognosi, cieca e sorda, incapace di staccare la testa dalla televisione e ragionare col proprio cervello. Non sono temi nuovi, anzi, si ritrovano in molti altri artisti di questa generazione. Ciò che lascia sgomenti e che rende pazzesco l’album è la schiettezza, la violenza con cui Iosonouncane ti sbatte in faccia quei temi: i testi duri e provocatori, una voce che passa da profonda a stridula continuamente, gli arrangiamenti fatti di accordi semplici e ripetitivi, la strumentazione limitata, per lo più acustica. Non c’è niente di semplice in questo progetto, anzi, credo che non sia per tutti; io faccio molta fatica ad ascoltare per intero pezzi come “Summer on a spiaggia affollata” e “La macarena su Roma”, che parlano di temi oscuri come il razzismo, l’apologia del fascismo, la leggerezza e la superficialità con cui l’italiano moderno giudica, la sua meschinità; e quella meschinità, quella crudeltà di cui parla, Iosonouncane te la fa provare sulla tua pelle, te la fa vivere, te la senti addosso anche per ore dopo averlo ascoltato. Ma questa non è una critica, tutt’altro: la grandezza di questo artista è che riesce a sfruttare tutto il potere comunicativo della musica per portare la tua emotività ad uno stato di intensa sintonia con ciò di cui ti sta parlando. Io la considero un’esperienza da provare, almeno una volta, perché non tutti i cantautori sono in grado di smuoverti dentro come fa lui.

L’album a cui sono più affezionata, e che considero uno dei migliori lavori italiani in assoluto di questa generazione, è Die, che si è anche aggiudicato una nomination del premio Luigi Tengo (targa l’album dell’anno 2015).
Rispetto al primo disco, il focus si allarga e si sposta completamente: non più persone, non più Italia contemporanea, solo terra e primordialità estemporanea.
L’aspetto di Die che più mi ha colpito è la scelta degli strumenti. Si possono dividere in due grandi macrocategorie: elettronici e moderni, acustici e tradizionali. Sonorità opposte, come i canti gutturali con cui si apre “Tanca” e la base elettronica, quasi dubstep, di Mandria.
Il sound è difficilmente paragonabile al primo album, o a qualsiasi altro album italiano mai prodotto: Iosonouncane usa strumenti e tecniche ricorrenti per tutte e 8 le tracce, creando uno stile unico e coerente. Per fartela breve: non hai mai sentito nulla di simile!

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